Foto, storia, immagini

Storia della fotografia

La camera oscura

La camera oscura, da cui deriva l’apparecchio fotografico, fu realizzata molto tempo prima che si trovassero dei procedimenti per fissare con mezzi chimici l’immagine ottica da essa prodotta. Già Aristotele – filosofo greco vissuto ad Atene tra il 384 e il 322 a.C.- afferma che, se costruiamo un piccolo foro su una parete di un ambiente oscurato, un pannello luminoso disegna sulla parete opposta l’immagine capovolta dell’ambiente stesso.

Anticamente gli artisti montavano delle stanze oscurate nelle qualientravano per ritrarre il paesaggio circostante.

Solamente verso la seconda metà del XVII sec. fu predisposto un tavolo da disegno portatile secondo il principio della camera oscura. Si trattava di una grossa scatola di legno, il cui lato anteriore era chiuso da una lente; l’artista la puntava dove desiderava e ricalcava l’immagine “ripresa” su un foglio di carta semitrasparente appoggiato a un vetro posto sulla parte superiore. Questo strumento fece parte per diversi secoli del corredo di pittori e artisti anche famosi (Canaletto, Durer) che lo utilizzavano per prendere appunti con una notevole precisione prospettica.

Il materiale fotosensibile

Alla nascita e all’evoluzione della fotografia hanno contribuito numerosi ricercatori con geniali intuizioni. I principi ottici e chimici su cui è basato il processo fotografico erano conosciuti anche nell’antichità, ma solo il secolo scorso sono confluiti in una sintesi che ha permesso di registrare, sviluppare e fissare per la prima volta un’immagine su una lastra di peltro spalmata con una sospensione bituminosa di sali d’argento.

Il primo passo per fissare l’immagine che veniva riprodotta della scatola oscurata, senza doverla ricalcare a mano, si fece nel 1727 con la dimostrazione sperimentale della sensibilità alla luce del nitrato d’argento rilevata dal tedesco J.H.Schulze.

Il merito di aver ottenuto la prima immagine durevole, cioè inalteabile alla luce, è il francese J.N. Nièpce (1765-1833). Un’immagine del 1822 ritrae un angolo della stanza di lavoro. Sul dorso di una cassetta di legno con l’interno verniciato in colore nero egli inserì una lastra cosparsa di materiale sensibile alla luce.

Joseph Nicèphore Nièpce

E’ stato Louis-Jacques-Mandé Daguerre (1787-1851) a perfezionare il procedimento. Espose la lastra impressionata a vapori di mercurio che rendevano visibile l’immagine latente, successivamente fissata. Il procedimento chiamato dagherrotipo dal suo inventore, fu acquistato dal governo francese, che ne permise lo sfruttamento pubblico in tutto il mondo. Il ritratto fotografico su lastra metallica divenne lo status symbol dei nuovi ceti benestanti, meno costoso di quello commissionato a un pittore e di rapida esecuzione. Purtroppo il dagherrotipo era un esemplare unico, dal quale non era possibile ricavare delle copie.

Lois-Jacques-Mandé Daguerre

Nel 1841, l’inglese William Talbot (1800-1877), mise a punto un procedimento che consentiva la stampa di un numero illimitato di copie partendo da un unico negativo.

Interessante è segnalare come pionieri della nuova tecnica non furono uomini di scienza, ma pittori e artisti, che videro nella fotografia un surrogato della pittura e talvolta un mezzo per supplire allo scarso talento nel disegno.

Gli apparecchi fotografici

Il fotografo di quei tempi doveva portare con sé un’attrezzatura di peso considerevole. Oltre alla macchina fotografica e al cavalletto, aveva bisogno di un intero laboratorio fotografico mobile, sotto forma di tenda o carrozza oscurabile. Era indispensabile possedere nozioni di chimica e otticam una grandissima abilità manuale, per preparare in loco le lastre, sensibilizzarle e, dopo l’esposizione, svilupparle e fissarle.

Nel 1888 lanciò sul mercato un nuovo rivoluzionario apparecchio di piccole dimensioni (solo 18 cm. di lunghezza), che conteneva un caricatore da 100 pose. Dotato di fuoco fisso e di una velocità di otturazione vicina a 1/25 sec, dopo l’ultimo scatto doveva essere rimandata alla Casa, che sviluppava le 100 foto e ricaricava la macchina con un altro rotolino. Costava 25 dollari e veniva reclamizzato con lo slogan “Voi premete il bottone, noi faremo il resto”. Venne chiamato con un termine onomatopeico divenuto famoso nella storia della fotografia:Kodak. Estman introdusse nel 1891 le prime pellicole intercambiabili a luce diurna. Dalle pellicole su carta passò poi nel 1889 alle pellicole su celluloide: sistema ancora in uso.

Negli ultimi due decenni del secolo scorso comparvero praticamente tutti i tipi di macchina fotografica che, con vari perfezionamenti, si trovano tutt’oggi sul mercato. A partire dall’inizio del XX secolo il cinema, la fotografia aerea e la Prima guerra mondiale contribuirono non poco allo sviluppo della tecnologia fotografica.

Nel 1904 Auguste e Louis-Jean Lumière (pionieri della cinematografia) brevettarono un fortunato procedimento di fotografia a colori.

Nel 1923 venne immessa sul mercato una macchina fotografica leggera, versatile e nuova: la Leica progettata da Oscar Barnack, un dipendente della fabbrica tedesca di ottiche Leit.

Il progresso tecnologico

Il fotografo doveva ancora risolvere qualche problema. Primo fra tutti l’ingrandimento, dato che la stampa finale aveva sempre e soltanto le dimensioni della negativa usata per la ripresa.

Miglioramenti delle prestazioni degli obiettivi si ebbero dal 1903 con gli obiettivi prodotti dalla Zeiss. Altri progressi furono introdotti dal sistema reflex (1828). La prima macchina reflex binoculare, con un obiettivo per la ripresa, uno per l’inquadratura e la messa a fuoco venne realizzata nel 1865 da H.Cook.

Alcuni ricercatori di dedicarono a sperimentazioni sulla fotografia istantanea: la possibilità di sviluppare la pellicola all’interno dell’apparecchio fotografico, anzichè nella camera oscura. La fotografia istantanea divenne realtà nel 1947 grazie al chimico Edwin Herbert Land, inventore del sistema Polaroid.

Gli studi sulla fotografia elettronica hanno portato nel 1990 alla produzione di macchine che registrano su un dischetto magnetico immagini a colori che possono essere immediatamente viste sullo schermo televisivo o di un computer.

A mano a mano che la fotografia passava da divertimento pseudoscentifico di pochi a prodotto di largo consumo di affermano in Francia, Germania, Giappone, Stati Uniti grandi industrie fotografiche: Kodak, Agfa-Gevaert, Fuji e Sakura. In Italia nel 1917 nacque l’italo-francese Film, il cui stabilimento fu costruito a Ferrania (SV). Nel 1933, con il passaggio all’IRI, divenne interamente italiana e nel 1964 fu acquistata dall’americana 3M (Minnesota Ming Manufacturing Co.) divenendo 3M Italia.

In Occasione dell’Esposizione Univarsale di Parigi del 900 i funzionari della Chicago and Alton Railroad Co. decisero di esporre la fotografia del loro treno più lussuoso. Per ottenere un’immagine grande fecero costruire una speciale macchina fotografica, lunga 4 m, del peso di 650 kg., che usava spreciali lastre di vetro del peso di 225 kg.. Fu montata su un carro ferroviario appositamente allestito. Manovrata da una squadra di 16 persone, era in grado di realizzare fotografie di 1,35×2,40 metri. La cronaca racconta che la giuria parigina rimase talmente impressionata dalle immagini presentate da assegnare loro la medaglia del Gran Premio Mondiale.

 

 

Invito alla fotografia

Secondo E.Hans Gombrich, storico e psicologo dell’arte, la storia della fotografia dovrebbe avere come fondamento gli archivi della KodaK: non le sue collezioni di fotografia, bensì i libri contabili dove sono registrate le quantità di pellicole vendute e a quale prezzo.

La fotografia è infatti un fenomeno sociale: dalla fototessera alle foto di cerimonie e vacanze, ai reportage, alle cartoline, ai manifesti pubblicitari, alle foto d'”arte” essa assume funzioni di documentazione, interpretazione, memoria storica, ricerca sociale e antropologica.

E’ parte integrante della vita collettiva e familiare. Sicuramente nelle famiglie dove sono presenti bambini si fotografa di più, ma la necessità di immortalare con immagini fotografiche momenti di vita piecevoli, di fermare ricordi ed emozioni viene sentita da chiunque sia esso genitore o no. Basti pensare alla frenesia fotografica dei turisti davanti a paesaggi ed opere d’arte.

Il flash

Thomas Drummond nel 1826 inventò la prima fonte di illuminazione artificiale applicata alla fotografia: un getto di ossigeno proiettato attraverso una fiamma al gas idrogeno su un disco o cilindro di calce, faceva diventare quest’ultimo incandescente e brillante. Successivamente nel 1859 fu inventata la luce al magnesio che consentiva, con la sua illuminazione intensa, esposizioni istantanee anche con le ottiche e i materiali sensibili dell’epoca. Non esisteva alcun tipo di sincronizzazione, quindi l’otturatore rimaneva aperto e il lampo veniva azionato dal fotografo. Dopo la prima guerra mondiale si iniziò a usare anche l’illuminazione elettrica.

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