BIOGRAFIA J.F.Kennedy

– John Fitzgeral Kennedy –

John Fitzgeral Kennedy nasce a Brookline, il 29 maggio 1917 Kennedy, di origine irlandese, è stato il primo Presidente degli Stati Uniti di religione cattolica. Fu anche il primo presidente statunitense ad essere nato nel XX secolo ed il più giovane a morire ricoprendo la carica. Dopo aver partecipato alla guerra come volontario in marina ed essere stato ferito alla schiena, torna a Boston, dove intraprende la carriera politica militando nel Partito Democratico come deputato e, successivamente, come senatore. Particolarmente significativo è il suo discorso pronunciato in Senato nel 1957, in cui critica l’appoggio che l’amministrazione Repubblicana offre al dominio coloniale francese in Algeria.
Sulla base della sua linea di rinnovamento nei confronti dei “Paesi Nuovi”, viene eletto presidente della Sottocommissione per l’Africa dalla commissione estera delSenato.La sua breve presidenza, in epoca di guerra fredda, fu segnata da alcuni eventi molto rilevanti: lo sbarco nella Baia dei Porci, la Crisi dei missili di Cuba, la costruzione del Muro di Berlino, la conquista dello spazio, gli antefatti della Guerra del Vietnam e l’affermarsi del movimento per i diritti civili degli afroamericani.
Politica estera
Il 17 aprile 1961, l’amministrazione Kennedy mise in atto una versione modificata del piano studiato sotto l’amministrazione di Dwight D. Eisenhower, predecessore di Kennedy che rimandava di attuarlo, per deporre Fidel Castro, leader socialista del governo di Cuba. Durante l’amministrazione Eisenhower questo piano aveva prodotto l’esecuzione di numerosi attentati terroristici in Cuba, da parte del Gruppo Alfha 66 uno dei quali portò alla realizzazione della famosa foto icona di Che Guevara, scattata dal fotografo Korda durante i funerali di 75 cubani morti nell’esplosione di una nave. Con i fratelli Kennedy, John e Robert e la supervisione di Allen Dulles della CIA, oltre al famoso tentato sbarco nella Baia dei Porci, in cui 1.500 cubani anticastristi vennero sconfitti dalle forze regolari cubane, si realizzò l’Operazione Mongoose (“piano mangusta”), nella quale terroristi di diversa estrazione effettuarono in 14 mesi 5.780 azioni terroristiche e 716 sabotaggi ad infrastrutture economiche cubane. Questi eventi portarono alla crisi dei missili di Cuba, che iniziò il 14 ottobre 1962, quando gli aerei-spia U-2 americani fotografarono un sito cubano dove era in costruzione una base missilistica sovietica. Kennedy si trovò di fronte un pesante dilemma: se gli Stati Uniti avessero attaccato il sito, avrebbero dato inizio ad una guerra nucleare con l’Unione Sovietica. Se non avessero fatto nulla, avrebbero avuto una permanente minaccia nucleare nella propria regione, in una vicinanza tale da rendere quasi impossibile un contrattacco qualora i nemici avessero attaccato per primi. E ancora, la paura che gli Stati Uniti apparissero deboli agli occhi del mondo. Molti ufficiali militari e ministri del governo fecero pressione per un attacco aereo, ma Kennedy ordinò un blocco navale ed avviò negoziati con i sovietici. Una settimana dopo raggiunse un accordo con il Segretario Generale del PCUS, Nikita Khrušc?v. Questi si accordò segretamente per ritirare i missili in cambio dell’impegno degli Stati Uniti di non invadere Cuba e di ritirare i propri missili nucleari dalla Turchia. La crisi dei missili ebbe tuttavia effetti positivi sulle trattative USA-URSS circa la limitazione dei test nucleari. Sia Kennedy che Chrušc?v, consapevoli di essersi trovati sull’orlo di una guerra atomica, cercarono di diminuire le tensioni attraverso una fitta corrispondenza. Questa culminò nel 1963 con l’inizio ufficiale dei negoziati, assieme alla Gran Bretagna, che portarono alla firma del Partial Test Ban Treaty, il 5 agosto dello stesso anno. Il trattato, considerato uno dei successi diplomatici dell’amministrazione Kennedy, proibiva agli Stati aderenti qualsiasi esperimento nucleare nell’atmosfera, nello spazio e sott’acqua, lasciando possibili solo i test sotterranei.
Politica interna
Uno dei problemi interni agli Stati Uniti più pressanti durante l’era Kennedy fu la turbolenta fine della discriminazione razziale. La Corte Suprema statunitense si era pronunciata nel 1954 contro la segregazione razziale nelle scuole pubbliche, vietandola, tuttavia c’erano molte scuole, soprattutto negli stati meridionali, che non rispettavano questa decisione. Rimanevano inoltre in vigore le pratiche di segregazione razziale sugli autobus, nei ristoranti, nei cinema e negli altri spazi pubblici.
Migliaia di statunitensi di tutte le razze ed estrazioni sociali si unirono per protestare contro questa discriminazione. Kennedy, affascinato in parte anche dalle filosofie socialiste, sostenne l’integrazione razziale ed i diritti civili e chiamò inoltre a sé durante la campagna elettorale del 1960 la moglie dell’imprigionato reverendo Martin Luther King Jr., guadagnandosi il consenso della popolazione nera alla sua candidatura. Tuttavia, da presidente, temette che i movimenti dal basso (grassroots movement) avrebbero potuto irritare troppo i bianchi del sud ed inizialmente tese ad ostacolare il passaggio delle leggi sui diritti civili attraverso il Congresso, dominato da Democratici del Sud, allontanandosi dalle posizioni dei movimenti. Il risultato fu quello di venire accusato da molti leader dei movimenti per i diritti civili di non dar loro il sostegno promesso, qualcuno lo accusò di aver strumentalizzato i movimenti per i diritti civili in chiave meramente elettorale.
Omicidio
La morte di Kennedy è il grande mistero americano. Mai esorcizzato non soltanto per una questione di paranoia, ma perché la commissione Warren non ha mai convinto l’opinione pubblica. Il suo dispositivo finale indicava in Lee Harvey Oswald l’unico e folle colpevole. Tre colpi con fucile squinternato e celebre per la sua bassissima affidabilità di precisione, in un lasso di tempo tanto stretto, avrebbero dovuto ferire non soltanto Kennedy, ma anche il governatore del Texas Connoly e un cittadino che assisteva alla sfilata dall’imbocco del sottopassaggio sulla Dealay Plaza. Venerdì 22 novemebre 1963. In quel maledetto mezzogiorno da cani a Dallas, c’era un cecchino anche sulla collinetta erbosa. D. B. Thomas, uno dei massimi esperti dell’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy, non ha più dubbi. Con uno studio scientifico, pubblicato dalla prestigiosa rivista “Science and Justice”, che analizza la “colonna” dei rumori registrata dai due canali radio della polizia, Thomas svela un “quarto sparo”.
Quello letale che fece esplodere la testa dell’inquilino della Casa Bianca. Un proiettile che non proveniva dal deposito dei libri scolastici posto alle spalle rispetto alla marcia della Lincoln presidenziale, ma di fianco, dal poggio erboso.

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